
I miei lettori
sabato 29 novembre 2008
Colletta alimentare

giovedì 27 novembre 2008
I tanti nomi della.... e del....
Tanti nomi una sola certezza!
Riflessione: "In questo secolo il fallo diventa dottrinario" H. Michaux
martedì 25 novembre 2008
Grazie a tutti voi!
Cari amici internauti, miei lettori, voglio ringraziare vivamente tutti voi che con il vostro affetto ed il vostro calore, da quando ho intrapreso questa fantastica avventura, state dando alla mia persona tanti stimoli positivi, non immaginavo che nella rete ci fosse tanta amicizia, i vostri commenti, le vostre mail, ma dico anche le vostre critiche, nelle quali mi dimostrate tanto affetto, tanta stima e vi complimentate con me, sono veramente un toccasana. Ringrazio anche quegli amici che a volte anche in forma privata in chat mi chiedono consigli e si sfogano come ad un grande fratello. Amici grazie di esistere! Vostro Peppe.
Riflessione: "L'amicizia raddoppia le gioie e divide le angosce a metà". F. Bacone
lunedì 24 novembre 2008
Cotognata
La cotognata è la marmellata di mele cotogne che viene preparata in tutta la regione Puglia sin dall’antichità. La mela cotogna ha un sapore molto acido e poco gradevole, ma è molto profumata: per questo non è adatta al consumo fresco, ma risulta molto indicata per la preparazione di marmellate, conserve e gelatine. Ve la consiglio è un ottimo dessert!
INGREDIENTI
- mele cotogne;
- zucchero, metà del peso delle mele;
- limone, almeno uno ogni 10 mele.
PROCEDIMENTO
Se le mele non sono integre, o sono danneggiate da ammaccature e bruchi, elimina le parti rovinate e tagliale in pezzi di dimensioni uniformi. Fai bollire le mele con la buccia, con il limone tagliato a fette, in acqua poco abbondante, fino a che la buccia non si screpola e la polpa si passa facilmente con una forchetta. Il limone serve a non far annerire la polpa, ed è meglio metterne di più che di meno. Una volta cotte, scolale, sbucciale e, se non lo hai fatto prima, falle a pezzetti eliminando il torsolo. Passale quindi al passaverdura (o frullale col frullatore a immersione). Pesa tanto zucchero quanto è la metà del peso delle cotogne, metti il passato di mele in una pentola, aggiungi lo zucchero e porta ad ebollizione, lasciando cuocere fino a quando la cotognata si addensa. Versa la cotognata ancora calda nelle forme, dandole uno spessore di 1-2 cm e lascia raffreddare al sole per circa una settimana, poi toglila dalle forme e fai asciugare completamente ancora per 24 ore. Per dare la forma alla cotognata possono essere usati stampi da budino, lisci o scannellati, piccoli stampini di vario tipo, purché non di alluminio. La cotognata può anche essere semplicemente tagliata in cubi e passata nello zucchero. Una volta asciutta si conserva in scatole di metallo o barattoli a chiusura ermetica. Avvolta in carta velina o cellophane e chiusa in scatole colorate è un ottima idea per un regalo originale e personalizzato.
Riflessione: "Si sa che il lavoro ha sempre addolcito la vita: il fatto è che non a tutti piacciono i dolciumi". V. Hugo
domenica 23 novembre 2008
Ancora niente!

Siamo nel pieno del periodo che preannuncia l'inizio dell'atmosfera natalizia ed al mio paese, almeno, non si vede un bel niente di tale tema, negli anni scorsi si scorgeva qualcosa negli addobbi dei negozi e nello scenario delle strade comunali: sono sparite le stelle comete e gli alberi di natale, solo nei supermercati si vedono panettoni, pandori, torroni e spumante, che nessuno ha ancora comprato: gli scaffali sono ancora perfetti ed i prodotti, su di essi esposti, in riga perfetta, come in un plotone militare. Che tristezza! Vuoi vedere che alla fine il 25 dicembre sarà un giorno normale come tutti gli altri? Maledetta crisi!
sabato 22 novembre 2008
Il Guerin Meschino
All'inizio del 1400 le leggende venutesi a creare nel corso dei secoli intorno alla grotta del Monte della Sibilla quale luogo incantato, governato da una regina fatata, si diffondono non solo in tutta Italia, ma anche in Europa, specialmente in Francia e Germania, grazie al successo di un popolare romanzo cavalleresco: il Guerin Meschino di Andrea da Barberino. Il libro narra le vicende di un fanciullo di origine principesca chiamato Guerino che, ancora in fasce, venne rapito da una nave corsara e venduto ad un mercante di Costantinopoli. Qui, cresciuto alla corte dell'imperatore, dopo favolose vittorie in battaglie e giostre individuali, sullo sfondo storico delle guerre tra l'Impero Romano d'Oriente e i turchi invasori a cui si intrecciarono e si contrapposero le crociate, decise di andare alla ricerca della sua vera patria, dei suoi genitori e del suo nome. E fu così che a vent'anni iniziò il suo lungo peregrinare per il mondo, finché a Tunisi, il mago romito Calagabach non lo indirizzò alla fata Alcina che viveva in un regno fatato sui monti del centro Italia. Il Meschino, dopo un confuso viaggiare per il Mediterraneo giunse finalmente a Norcia, salì alla vetta del monte Sibilla e scese nella grotta, con l'intento di interrogare la fata sulle proprie misteriose origini. Ma nel romanzo la regina Sibilla incarna, contemporaneamente, sia il tradizionale ruolo di saggia profetessa, che quello di demoniaca seduttrice, secondo il ricorrente motivo dell'incantatrice del cavaliere avventuroso: così, nel bozzetto, splendide ancelle si fanno incontro al crociato nel tentativo di sedurlo con ogni mezzo, mentre la fata, distesa nella sua alcova, tiene in mano il cartiglio che cela la verità tanto cercata dal Meschino. La fata è esplicita, egli avrebbe saputo la propria origine solo passando per la via del peccato. Ma il Guerino illuminato dalla luce della fede non peccò e dopo sette mesi di permanenza, vanificato ogni tentativo, decise di uscire da quel magico regno. Dopo questa avventura Guerino si recò a Roma dal Papa a cercare quello che altrove non aveva trovato. Alla fine, non furono maghi o profetesse a rivelargli la sua vera identità, ma la fede in Dio, che lo condusse in Puglia a difendere re Guiscardo dai Saraceni. E qui liberati due vecchi prigionieri scoprì che erano Milone e la regina Fenisia: i suoi genitori.giovedì 20 novembre 2008
"San Martino"

piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;
va per le vie del borgo
dal ribollir de' tini
va l'aspro odor de i vini
l'anime a rallegrar.
Gira su' ceppi accesi
lo spiedo scoppietando:
sta il cacciator fischiando
sull'uscio a rimirar
tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar.
martedì 18 novembre 2008
"Il sabato del villaggio"

in sul calar del sole,
col suo fascio dell'erba; e reca in mano
un mazzolin di rose e viole,
onde, siccome suole, ornare ella si appresta
dimani, al dí di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
su la scala a filar la vecchierella,
incontro là dove si perde il giorno;
e novellando vien del suo buon tempo,
quando ai dí della festa ella si ornava,
ed ancor sana e snella
solea danzar la sera intra di quei
ch'ebbe compagni nell'età piú bella.
Già tutta l'aria imbruna,
torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
giú da' colli e da' tetti,
al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
della festa che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
su la piazzuola in frotta,
e qua e là saltando,
fanno un lieto romore;
e intanto riede alla sua parca mensa,
fischiando, il zappatore,
e seco pensa al dí del suo riposo.
Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
e tutto l'altro tace,
odi il martel picchiare, odi la sega
del legnaiuol, che veglia
nella chiusa bottega alla lucerna,
e s'affretta, e s'adopra
di fornir l'opra anzi al chiarir dell'alba.
Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l'ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.
Garzoncello scherzoso,
cotesta età fiorita
è come un giorno d'allegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa
ch'anco tardi a venir non ti sia grave.
sabato 15 novembre 2008
Questo grasso grosso matrimonio pugliese.
Avete mai partecipato ad una festa di matrimonio in territorio pugliese? Se no, ci avete guadagnato sicuramente, se si, avete perso un sacco di soldi! Quando nella buca postale trovi un invito a tale festa lo riconosci subito dal suo particolare formato e dalla sua colorazione panna e direi che proprio di lì iniziano i problemi, poiché quell'invito ti altera e sfasa i progetti precedentemente pianificati: ora come faccio? Meglio avere un insoluto alla banca che essere invitato ad uno sposalizio; eh si, perché con l'invito iniziano le spese, l'acquisto dei vestiti, delle scarpe, degli accessori e quant'altro è riconducibile alla vestizione ed alla cura della persona (estetista, parrucchiere, lampade solari, etc). Il tutto dovrà essere rigorosamente nuovo e griffato, altrimenti cosa potrebbero dire gli altri invitati se magari ti presenti con abito già usato (in paese tutti conoscono l'inventario del tuo guardaroba). Dalle parti del nord barese infatti, lo sfarzo è a dir poco eccessivo, una festa di matrimonio è una vera e propria festa regale, basti pensare alle sale ricevimenti che sono le più lussuose in assoluto, ad ogni evento sembra quasi che le coppie si sposino in odore di nobiltà, tutti ricchi vogliono essere o meglio vogliono apparire, ma sti soldi dove stanno? I soldi gli sposi li vogliono eccome, magari li preferiscono ai regali della lista nozze (per i soli che hanno avuto l'annuncio), perché all'interno di essa minimo ci devi mettere 800 o 1000 euro. Quando sono in cerca di soldi, i promessi sposi ti fanno arrivare il messaggio per vie traverse, poi quando ti presenti in sala a fare loro gli auguri, dopo che li porgi la busta, sai cosa ti dicono? "No, non dovevate!" Ma come, se proprio loro gli hanno chiesti i soldi! E allora che dirvi? Io non ho parole e neanche più soldi.mercoledì 12 novembre 2008
martedì 11 novembre 2008
Autovelox
domenica 9 novembre 2008
sabato 8 novembre 2008
domenica 2 novembre 2008
Il tirchio e l'avaro.

Se alcuno ha comperato per lui qualche cosa a buon prezzo e gli dà il conto, egli sostiene che è ancora troppo caro. Se uno schiavo gli rompe una vecchia pentola o una scodella, gli riduce il vitto per rifarsi. Se sua moglie dovesse perdere una monetina, è capace di mettere sottosopra tutto l’arredo e di perquisire letti, casse e veli. Se vende qualche cosa, mette un prezzo così alto che l’acquirente ci ricava ben poco. È chiaro che non permetto a nessuno di raccogliere fichi dal suo orto, di passare per i suoi campi o di raccogliere una sola oliva o un solo dattero caduti dai suo alberi. Ogni giorno va a controllare se le pietre di confine sono ancora al loro posto. Dai debitori pretende gli interessi per ogni ritardo e gli interessi sugli interessi. Quando gli tocca di offrire il banchetto, taglia la carne a pezzettini già prima di servirla. Se va a comperare la carne, torna a mani vuote. Alla moglie vieta di imprestare sale, lucignolo, cumino, origano e neppure orzo né bende né pasta per i sacrifici e le dice: «Anche queste piccolezze, alla fine dell’anno fanno un bel po’» . [In somma, le casse dei tirchi sono ammuffite, le chiavi arrugginite, essi portano vestiti più corti delle gambe, si ungono con ampolline piccolissime, si tagliano i capelli a raso, a mezzogiorno vanno ancora scalzi e litigano con i lavandai perché usino molta argilla e le macchie non tornino fuori].
L’avarizia [di cui parliamo] è il darsi da fare per ottenere guadagni svergognati e questo tipo d’avaro è quello che non mette abbastanza pane davanti ai suoi ospiti e che è capace di prendere danaro in prestito dall’amico che ospita in casa. Quando fa le porzioni [della carne del sacrificio] dice che è giusto che chi fa le parti riceva una doppia porzione e subito se la fa per sé. Se vende vino ad un amico lo annacqua anche a lui.
A teatro porta i propri figli solo quando i custodi lasciano entrare gratis. Se viaggia per una ambasceria pubblica, lascia a casa il danaro avuto dalla città e si fa prestar soldi dai compagni d’ambasceria. Al suo servo poi carica sulle spalle un peso più grosso di quanto può portare e, tra tutti , è quello che gli dà meno da mangiare.
Dei regali fatta all’ambasceria pretende la sua parte e poi la rivende. Nei bagni si unge e dice allo schiavo «quest’olio che hai comperato è rancido» e si unge con l’olio degli altri. Delle monete di rame che il suo servo trova, ne pretende la metà «perché Hermes è comune» .
Egli dà il mantello a lavare, ne prende in prestito uno da un conoscente e lascia trascorrere più giorni del necessario [senza restituirlo], finché non glielo richiedono. Ed ancora: quando deve misurare le granaglie alla famiglia, egli usa ancora uno staio fidonico, per di più con il fondo infossato, e poi lo rasa ben bene. Egli vende sottoprezzo le cose di un amico che invece pensa di vender bene. Se deve restituire un debito di trenta mine, trattiene [come sconto] quattro dracme. Se i suoi figli, per malattia, non hanno potuto andare a scuola per tutto il mese, detrae l’importo corrispondente dalla mesata [del maestro]. Nel mese di Antisterione (febbraio) non li manda neppure a scuola perché ci sono troppi giorni festivi e così risparmia soldi. Quando lo schiavo gli porta i soldi per il suo noleggio, egli pretende persino la percentuale per il cambio delle monete di rame [in argento] e il contrario fa quando egli deve pagare il conto all’amministratore. Quando offre un banchetto alla sua fratrìa, pretende che i suoi schiavi vengano nutriti dalla cassa comune. Poi prende nota dei mezzi ravanelli rimasti sulla tavola così che non se li mangino i servitori.
Quando fa un viaggio con conoscenti, si serve dei loro schiavi e i propri li noleggia fuori, ma non mette il danaro nella cassa comune. Nelle cene in comune organizzate a casa sua, mette in conto agli altri anche il legno, le lenticchie, l’aceto, il sale e l’olio [delle lampade].
Quando uno dei suoi amici si sposa o dà in nozze la figlia, parte in viaggio qualche tempo prima per non dover mandare un regalo. Dai suoi conoscenti prende in prestito cose che non si possono richiedere né riottenere.
sabato 1 novembre 2008
2 novembre

Il 2 novembre è una data che coinvolge tutti, chi più, chi meno, ognuno di noi ha perso una persona cara, un genitore, un figlio, una moglie, un marito, un parente, un amico, un collega, un professore, un vicino, un conoscente (gli esempi non hanno fine), come non tenere a memoria il loro ricordo, nella consapevolezza della loro protezione ultraterrena? Oggi, sebbene in anticipo di un giorno, sono andato al cimitero del mio paese, non mi piace andarci, a dir il vero, sentivo dentro qualcosa che mi induceva a farlo, e comunque ho preferito andarci solo, quanta gente, quante lacrime, quanta tristezza, mi sono sentito una nullità di fronte a tanto dolore. Ho cercato di fare visita a tutti quelli che conoscevo, sicuramente qualcuno mi sarà sfuggito (e spero che mi perdoni), mentre cammini e guardi le foto delle lapidi il più delle volte si rimane sconcertati alla vista di qualcuno che magari avevi incontrato qualche giorno prima o che pensavi fosse fuori. La morte non risparmia nessuno colpisce tutto e tutti in qualunque fascia di età. Un pensiero strano e singolare comunque mi assale ogniqualvolta mi capita di visitare il camposanto: la curiosità di sapere quale sarà il punto preciso della mia sepoltura, la data della mia morte, invece, non mi interessa saperla in anticipo, tanto a che serve? Chiedo solo alla morte un piacere, che possa prendermi senza lasciare la mia famiglia nei casini, come è già capitato alla morte di mio padre, quando ancora ragazzino, mi ritrovai uomo dall'oggi al domani a portare le redini delle responsabiltà familiari.
Riflessione: "Sol chi non lascia eredità d'affetti, poca gioia ha dell'urna". U. Foscolo


